Io sono me stesso
“Questi volti apparsi tra la folla:
petali su un ramo umido e nero” 1
Si distinguono appena dei visi, nella folla di passeggeri di Ezra Pound.
Amiamo distinguerci da quel un grumo senza forma e riemergere “dall’abisso della normalità”.
“Normalità” è quella parola che si sente spesso nelle divagazioni pseudo-filosofiche di gente che magari di filosofia non sa proprio nulla, gente che sostiene che magari non esista neppure; ma, oh!, esiste, esiste eccome.
La regola è semplice: ciò che è, se lo rimane abbastanza a lungo, è normale.
E allora seguiranno l’anticonformista; e quando l’anticonformista non ci sarà più, provvederanno essi stessi a generare il nuovo sistema di leggi cui finalmente conformarsi di nuovo; e qualcun altro, un giorno, si ribellerà.
Tesi, antitesi, sintesi. Buon vecchio Hegel.
Le etichette non piacciono a nessuno, ma tutti, che a loro piaccia o no, possono essere riposti agilmente in un contenitore; ognuno ha il suo spazio in un cassonetto differenziato.
Adoro gli alternativi2. L’alternativo si definisce alternativo, si veste come un alternativo, ha il taglio di un alternativo, e ascolta la musica che ascoltano gli alternativi.
L’alternativo dice “io sono me stesso”.
E i filosofi della normalità gli chiedono cosa vuol dire essere se stessi; e stavolta la domanda non è nemmeno tanto insensata.
Quanti cromosomi ci separano dall’essere scimmie? Pochi, molti pochi, e noi siamo scimmie. Siamo scimmie straordinarie, certo, ma pur sempre scimmie. Siamo arrivati dove siamo arrivati anche perché imitiamo i nostri padri.
Ma questa è davvero la parte più straordinaria di noi, favolosa, incredibile. Canne pensanti.
Di contro, abbiamo ancora istinti, e non parlo solo di pulsioni sessuali, che pure hanno la loro parte, parlo solo del desiderio di fare parte di un gruppo, di creare gerarchia, di avere in mano il comando.
Società paritarie? Illusioni, caro Pindemonte, ILLUSIONI! O no?
Giusto? Sbagliato? Non giudico.
Ma tu non sei te stesso, sei esattamente come gli altri.
Quante persone straordinarie erano invece ombre. Quante persone uniche erano solo uno tra tanti.
Quanti affetti, polvere.
Quanti davvero valgono?
Footnotes
- Ezra Pound “In una stazione del metro”, in “Opere scelte”, Milano, Mondadori, 1970, traduzione di Vittorio Sereni ^top
- Non faccio distinzioni tra gli alternativi, anche se potrei scegliere tra varie tipologie, come l’emo, che è tanto dark e ama parlare di morte, e ascolta band alternative di tendenza ^top